L’uscita (equilibrata) dalla crisi resta appesa al dialogo tra banchieri

La lenta ripresa delle economie occidentali è un po’ più di un barlume, mentre la caduta improvvisa di quelle emergenti è un po’ più di una possibilità. Così ieri le Borse mondiali si sono mostrate attendiste – appena positive le europee, appena sotto lo zero le asiatiche – dopo una settimana ruvida per valute e listini dei paesi emergenti, con gli andamenti futuri dell’economia reale che ovunque rimangono appesi alle scelte dei banchieri centrali. Cioè degli stessi “alchimisti” della moneta che si mossero come un sol uomo dopo il crack di Lehman Brothers, ma che da allora hanno progressivamente perso affiatamento. A occidente c’è di che felicitarsi, almeno rispetto al recente passato.
24 AGO 13
Ultimo aggiornamento: 09:47 | 4 AGO 20
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La lenta ripresa delle economie occidentali è un po’ più di un barlume, mentre la caduta improvvisa di quelle emergenti è un po’ più di una possibilità. Così ieri le Borse mondiali si sono mostrate attendiste – appena positive le europee, appena sotto lo zero le asiatiche – dopo una settimana ruvida per valute e listini dei paesi emergenti, con gli andamenti futuri dell’economia reale che ovunque rimangono appesi alle scelte dei banchieri centrali. Cioè degli stessi “alchimisti” della moneta che si mossero come un sol uomo dopo il crack di Lehman Brothers, ma che da allora hanno progressivamente perso affiatamento. A occidente c’è di che felicitarsi, almeno rispetto al recente passato. Negli Stati Uniti, seppure lentamente, il tasso di disoccupazione è in calo da tempo: oggi è al 7,4 per cento, un anno fa era all’8,2. Nell’Eurozona, dopo i dati positivi dell’Ocse sul pil del secondo trimestre (più 0,3 per cento) e le attese rosee su manifattura e servizi (indice Pmi), anche il morale dei consumatori è ora ai livelli massimi da due anni. Subito fuori dalla moneta unica va ancora meglio: da aprile a giugno il Regno Unito è cresciuto più delle attese, dello 0,7 per cento, e potrebbe chiudere il 2013 con un pil in salita dell’1,1 per cento. Perfino per l’Italia, che ha solo rallentato la caduta senza cavalcare la ripresa, ci sono osservatori internazionali che spendono parole positive. Anatole Kaletsky, sull’International Herald Tribune, ha scritto che “sembra che in Italia nulla di significativo sia stato fatto per risolvere la crisi”, e addirittura che “molti dei cambiamenti” introdotti dal governo Monti siano stati cancellati, “eppur si muove” – ha scritto il columnist citando Galileo Galilei – i consumatori affollano i centri commerciali, le infrastrutture reggono, “sembra che il paese si sia stabilizzato e abbia trovato uno stile di vita adatto all’euro”. Per Richard Barley, del Wall Street Journal, “il continente sta mostrando un miglioramento significativo” specie nella sua “periferia”. In un altro articolo sullo stesso quotidiano, però, si legge che “l’Italia ha bisogno di una crescita annuale media del 3 per cento nei prossimi 20 anni solo per ridurre il rapporto debito pubblico/pil al 90 per cento”.
Fatto sta che al momento, a giudicare con il metro (non sempre infallibile) dell’attenzione mediatica ricevuta, le difficoltà maggiori sono quelle dei paesi emergenti. Proprio i dati soddisfacenti in arrivo dall’economia americana, associati alla pubblicazione delle minute del dibattito interno alla Fed, hanno confermato che la chiusura dei rubinetti monetari da parte della Banca centrale americana (il cosiddetto “tapering”) prima o poi dovrà avere inizio. Non è detto che la stretta avvenga così presto, Ben Bernanke ha ribadito che non si muoverà almeno fino a quando il tasso di disoccupazione non sarà sotto il 6,5 per cento, ma preoccupa anche la semplice certezza che la bonanza monetaria debba finire. I capitali stranieri hanno imboccato la strada dell’uscita da Turchia, India e Thailandia, attirati dall’aumento dei rendimenti sui Bond americani, cominciando a far venire meno quel carburante (e quel credito facile) che aveva contribuito al boom. Le valute locali hanno perso d’improvviso valore rispetto al dollaro, accrescendo il rischio d’inflazione. Ai banchieri centrali locali restano opzioni impopolari, come l’aumento dei tassi d’interesse o i controlli sui capitali.
Secondo alcuni osservatori, siamo ormai alle prese con il lato oscuro delle politiche monetarie espansive messe in campo dalla Fed e non solo da lei all’apice della crisi. Non a caso, al vertice annuale dei banchieri centrali di Jackson Hole in Wyoming, proprio l’impatto delle scelte non convenzionali di Bernanke è il filo conduttore della discussione che si conclude oggi (snobbata per ragioni diverse dal governatore americano in uscita, da Mario Draghi della Bce e da Mark Carney della Bank of England).

I timori di Lagarde (Fmi) e dello storico Harold James
Ieri il direttore del Fondo monetario internazionale, la francese Christine Lagarde, ha esortato comunque a non avere fretta nel porre fine agli stimoli monetari. Mentre Harold James, storico di Princeton e ora anche Senior fellow del think tank canadese Centre for International Governance Innovation, in uno studio di prossima pubblicazione analizza proprio il livello di “cooperazione internazionale tra banchieri centrali”. Esso fu massimo nel 2008, quando la Fed per la prima volta nella storia si coordinò con gli altri Istituti centrali per tagliare i tassi di riferimento e avviò generosi accordi di Swap con Bce e BoE per assicurare liquidità in dollari alle nostre banche. Oggi però il feeling tra banchieri centrali sta scemando, complici i ritmi differenziati della ripresa e le richieste di esercitare un ruolo di supervisione finanziaria che rendono gli Istituti “più concentrati sulla dimensione nazionale e meno disposti a cooperare”. I paesi emergenti pagano il prezzo ciò, e non è detto che saranno i soli.